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Yoga

 

 


In un’ottica di ben-essere globale non può certamente essere tralasciato il rapporto corpo-mente. Ecco quindi che nell’ambito dei servizi proposti da AYURSPA troviamo anche un percorso YOGA. Un percorso personalizzato, su misura, con un personal-trainer che segue singolarmente anche a domicilio chi desidera avvicinarsi a questa disciplina con una visione assolutamente laica e scientifica. Un percorso finalizzato al benessere psico-fisico.

Anche se lo YOGA è spesso visto come una disciplina rivolta a pochi “adepti”, è un percorso adatto a tutti: BAMBINI, ADULTI, ANZIANI, DONNE IN GRAVIDANZA, DIVERSAMENTE ABILI. Lo yoga è una disciplina con delle basi assolutamente scientifiche che può aiutare tutti a vivere meglio, a ritardare e/o invertirte i processi di invecchiamento, a mantenere o ritrovare l’equilibrio psico-fisico. Aiuta il fisico a mantenersi elastico e tonico, a mantenere un peso forma e aiuta la mente a mantenersi efficiente e lucida. E poi per chi desidera proseguire un percorso più completo rappresenta anche una filosofia di vita che mette al centro l’uomo e il rispetto per la natura e l’ambiente in cui viviamo. E' possibile frequentare lezioni di gruppo o singole presso il nostro centro o direttamente presso il vostro domicilio. Per maggiori informazioni potete leggere ASTANGA YOGA di Jamuna Mishra e Giacinto Cimolai Edizioni Programma di cui vi proponiamo alcune pagine.

Di seguito riportiamo quello che secondo la nostra visione è lo Yoga.

 

YOGA: IL SIGNIFICATO

Lo Yoga, secondo la definizione dell’Enciclopedia Treccani, è una “Disciplina psico-fisiologica indiana basata su una vasta gamma di tecniche ascetiche”. Lo Yoga cosiddetto classico, costituì uno dei sei sistemi filosofici indiani, denominati in sanscrito, ed è strettamente collegato al Samkhya; tuttavia, proprio per la sua natura tecnica, esso è piuttosto un supporto per i vari sistemi filosofici. Lo Yoga offre gli strumenti per sottomettere al dominio della coscienza i processi psichici e fisiologici che si svolgono normalmente fuori di essa, al fine di risvegliare quella potenza nascosta nel substrato psichico, per mezzo della quale si realizza tale reintegrazione. In questo senso Yoga può essere inteso anche come ‘riunione’ tra l’uomo e il cosmo individuato, che insieme si trasfigurano così nell’Universo trascendente.

 

E’ difficile, se non impossibile, dire quando è nato; secondo A. Danielou (storico delle religioni Francese) indizi della sua esistenza risalgono già all’epoca preariana, nella civiltà dravidica, e sono rintracciabili nell’Atharvaveda; ma è nelleUpaniṣadche esso compare come termine indicante una ‘tecnica’; infine viene codificato negli Yogasutra di Patanjali nel II o III secolo a.C.

Il praticante (yogin) segue un percorso didattico che si articola in otto fasi denominate in sanscrito anga.

Le prime due sono propedeutiche e sono costituite da:

Yama: le astinenze - etica

Niyama: le osservanze - comportamento

Con gli anga successivi si entra nello Yoga come viene conosciuto per lo più in Occidente.

Asana: le posture del corpo

Pranayama: il controllo del respiro

Pratyahara: il controllo dei sensi dagli oggetti esterni

Dharana: la concentrazione

Dhyana: la meditazione

Samadhi: il raggiungimento di uno stato di coscienza superiore.

A seconda delle tecniche impiegate si classificano vari tipi di Yoga. Ma, al di là delle classificazioni accademiche e delle disquisizioni storiche, ciò che interessa un occidentale in generale, che si accosta allo Yoga per ricavarne dei benefici, è la risposta ad alcune domande fondamentali:

  1. Lo Yoga, disciplina nata e praticata in India in un contesto culturale, religioso, antropologico ben preciso, può esser praticabile in Italia, ed in genere nel resto dell’Occidente? In altri termini: lo Yoga è universale oppure è fruibile soltanto dagli indiani, eredi di quella cultura e civiltà?
  2. Perché la civiltà occidentale, pur derivando da quella indo-europea, ha perso le discipline ascetiche dello Yoga e sembra, a primo acchito, irriducibilmente differente da quella indiana, avendo intrapreso un percorso scientifico-tecnologico, una struttura sociale ed una organizzazione economica completamente diversi?

Alla prima domanda si può rispondere positivamente: lo Yoga è una disciplina universale, praticabile anche in Italia e nel resto dell’Occidente, per il semplice fatto che tutto il genere umano ha un corpo ed una mente.

Certamente nell’ambito del genere umano ci sono differenze etniche, culturali, antropologiche, sessuali, linguistiche ma ciò non osta la pratica di questa disciplina.

Esempio concreto: avere un corpo longilineo o brevilineo, robusto o snello, maschile o femminile, giovane o avanzato nell’età, rende più o meno facili certe asana, ma non le rende impossibili. In base al corpo che si ha, oppure, capovolgendo la prospettiva, in base al corpo che si è, il praticante mette l’accento su certi esercizi piuttosto che su altri.

Altro esempio che riguarda la respirazione, il Pranayama: la donna, tendenzialmente ha una respirazione toracica, apicale perché il suo corpo è stato creato per il parto e, di conseguenza, tale tipo di respirazione è funzionale a questa circostanza; uno degli obiettivi dello Yoga è l’educazione alla respirazione diaframmatica, addominale che dà stabilità ed equilibrio.

Altro esempio: le differenze climatiche suggeriscono diete e stili alimentari di cui lo Yoga tiene conto; infatti capita che la stessa persona che si trasferisce da un paese a clima caldo ad uno freddo, o viceversa, privilegi determinati esercizi e cibi piuttosto che altri; a maggior ragione ciò vale per i popoli stanziati in determinati paesi.

In base a queste brevi considerazioni, ma l’elenco degli esempi può essere molto più lungo, si può concludere che lo Yoga è una disciplina praticabile da tutto il genere umano.

La seconda domanda è molto più complessa anche perché le assonanze tra la civiltà indiana e quella occidentale sono più numerose delle differenze.

In primo luogo ciò che accomuna le due civiltà è l’uomo con la sua ricerca del senso della vita, la felicità, la bellezza, la giustizia, l’amicizia, la verità, la soluzione dei problemi ambientali, economici, sociali.

Il detto socratico ”conosci te stesso” riecheggia il precetto yogico dello svadyaia previsto dal secondo anga (niyama).

La ricerca della felicità (eudaimonia) è una costante nella filosofia greca sia classica che ellenistica; Aristotele ed Epicuro dedicano pagine magistrali a tale concetto. Lo stesso avviene nella filosofia romana: chi non ricorda Cicerone, Seneca, Marco Aurelio? Anche la filosofia cristiana, soprattutto San Tommaso d’Aquino, aveva identificato il fine della vita nella felicità, il sommo bene, che consiste nella contemplazione di Dio e nella riconquista dell’Eden perduto.

Tale tema è presente nell’Induismo, infatti il primo dei tre attributi di Dio è Ananda, la beatitudine.

La classificazione dei tre stadi dell’esistenza (stadio estetico, etico e religioso) in S. Kieerkegard richiamano i quattro sensi della vita codificati dall’Induismo.

La riflessione sul concetto di coscienza e consapevolezza (nell’Induismo denominato Cit) percorre gran parte della filosofia occidentale. Sant’ Agostino d’Ippona, privilegia i concetti di interiorità, verità, illuminazione divina, consapevolezza del presente come unica dimensione temporale esistente rispetto al passato o al futuro. San Tommaso d’Aquino e le principali correnti mistiche del medioevo, affrontano il tema della conoscenza anteponendo l’atto dell’ intuizione (intuitio intellectualis), alla conoscenza logico-discorsiva. Nell’età moderna, Cartesio parte dall’atto di consapevolezza del soggetto che pensa (cogito ergo sum) per fondare una filosofia ed una scienza dotata di chiarezza, evidenza ed oggettività. Spinoza, nel solco della tradizione medioevale pur vivendo in età moderna, privilegia l’intuizione rispetto alle altre forme di conoscenza mediata. E. Kant, tratta il concetto di coscienza e dà una soluzione originale al problema gnoseologico ricorrendo ai concetti di “Io penso” e di appercezione trascendentale. G.F. Hegel affronta il problema della coscienza e autocoscienza nei passi più pregnanti della “Fenomenologia della Spirito”. E l’elenco dei filosofi occidentali si ferma qui per esigenze di sintesi e brevità.

La coscienza e la consapevolezza di sé, l’intuizione, l’illuminazione, sono da sempre presenti nello Yoga e nella cultura indù: la pratica della meditazione (Dhyana), il superamento del pensiero logico-discorsivo, l’apertura del terzo occhio con la protezione del dio Shiva, sono stati dei punti di riferimento costanti per lo Yogin.

La differenza fondamentale fra la civiltà indiana e quella occidentale consiste nel differente approccio; cioè, mentre la civiltà occidentale si limita ad affrontare tali tematiche da un punto di vista esclusivamente teorico, la civiltà indiana, con lo Yoga, affianca all’approccio teorico una realizzazione pratica, una didattica chiara e sistematica basata sugli Yogasutra di Patanjali, una ricchissima letteratura; inoltre, cosa più importante, la civiltà indiana offre maestri e guru altamente qualificati che conoscono lo Yoga dall’interno essendo nati, socializzati e cresciuti con tale cultura.


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